domenica 29 novembre 2009

Il, posto di lavoro

"Il clientelismo ha sempre ragione!" (Carlo Giordano)

Se è pur vero che il lavoro nobilita l'uomo e altrettanto vero che il posto di lavoro ci rende schiavi del sistema clientelare. In quest'ottica di sudditanza sociale il divergente verrà visto come un animale strano in preda all'istinto e all'anarchia, e ovviamente sarà temuto come forza, come potenzialità destabilizzante: un rischio reale e che quindi dovrà in tutti i modi finire poi escluso dal gioco, recluso. Siamo così un po’ tutti vittime e clienti di questo istanza del consorzio societario con la sua indole particolare di "leccata e fuga". Fuga naturalmente dalla responsabilità morale. Così fan tutti! Se è generale vuol dire che è normale. Se è normale non può essere divergente ovvero: sbagliato.
Esiste il trucco:

- Il lavoro è un diritto
- Il lavoro è un dovere
- Il lavoro ci permette di realizzare nostri sogni, i nostri desideri, se non altro ci permette di vivere. Ci dà dignità.
- Il lavoro non è per tutti: c'è una forte disoccupazione
- Il lavoro essendo diventato un bene scarso tenderà ad essere supervalutato.
- Il lavoro serve allora come mezzo di ricatto per livellare le coscienze, adeguarle al sociale e al normale, serve all'omologazione, essenziale per il potere socio-economico

La ricerca del lavoro diventa una necessità di primaria importanza. Se il lavoro è un diritto esso non lo è per tutti. La discriminazione così realizzata rende la società divisa in due grosse fasce sociali: da una parte i lavoratori e dall'altra i disoccupati.

Questo meccanismo perverso della nostra società da un lato permette la libertà di iniziativa individuale (libertà del resto abbastanza discutibile) e dall'altro afferma che chi non è in competizione è già in partenza escluso dal gioco. Il lavoro quindi è anche una forma subdola di ricatto, poiché tutto si compra col denaro e il denaro proviene dal lavoro, a meno che non si voglia prendere in mano le armi e iniziare a delinquere.

Nell'ottica capitalistica le fasce sociali più deboli sono quelle più devastate poiché non sono competitive: vecchi, poveri, emarginati, utenti psichiatrici, artisti, e in qualcuna di queste categorie  viene addirittura intravista la possibilità di un business. Per esempio i cosiddetti malati mentali non hanno niente che li difendano dallo squallido mercato degli psicofarmaci. Subiscono questo giro d'affari colossale sulla loro pelle. La mercificazione dell'uomo e delle sue qualità umane. La disgrazia dell'artista in questo contesto non rappresenta in fondo che una piccola parte di quella che è una disgrazia globale socio-economica ancora più vasta.

Il mestiere del buon partito


"L'amore è eterno finché dura." (dalle Leggi di Murphy di

L’amore, se fosse amore, sarebbe una cosa meravigliosa. (Carlo Giordano)

C’è un detto spagnolo che dice: ‘Tutto si paga col denaro, l’amore si paga con l’amore’. Io ridurrei l’insieme a: ‘Tutto si paga, direttamente o indirettamente, col denaro, anche l’amore’. Per esperienza (ormai ho quarant’anni) so che un mal partito non è mai ben visto.  Qualsiasi cosa si faccia ci si sente giudicati in bene o in male, a seconda se si rientra nella norma oppure se se ne discosta.
‘Sono un artista, voglio affermare me stesso!’ significa inevitabilmente essere posto nel dimenticatoio, in una zona marginale dove confluiscono i pettegolezzi, i raggiri, le intolleranze e gli eventuali aiuti mirati. Si è visti insomma un po’ come il diavolo alle prese con l’acqua santa.

Quale demone mi terrà legato alla mia diversità non lo so. So solo che esiste un inferno dove vengo spesso relegato per lo scopo di taluni, per essere da monito presumibilmente a chi vorrebbe dissentire; stando male, possono così approfittarne per concedermi il loro aiuto a patto che...

Un siffatto amore quindi rivela sempre qualcosa di estraneo alla sua essenza, che è quella di volere amare: una posizione economica sicura, un normale rapporto tra persone che si adeguano. Quindi la capacità di amare è vincolata fortemente a delle istanze materiali. Tutto ciò è acquisito come un dato evidente, normale, giusto, apertamente riconosciuto e confermato socialmente. L’amore può venire visto altresì come qualcosa che attizza, una invasione di desiderio e di pulsioni che tendono a sfuggire a un autocontrollo, a una gestione razionale.

La capacità di amare presuppone però il "rispetto per l’altro" (Fromm), significa comprenderlo, prendersi cura, interessarsi ai suoi problemi, non avere scopi secondari; dovrebbe essere presumibilmente uno scambio reciproco.

Altresì possiamo affermare che esiste una forza interna, scritta nel codice genetico, che tende ad estrinsecarsi ad attuare il suo destino biologico rivolgendosi all’altro sesso.

L’amore può rivolgersi al suo oggetto o ai suoi oggetti e non è, né può essere, solo estrinsecato nella sessualità. Si può amare l’amante, la prole, i genitori, delle persone a cui si è particolarmente affezionati, l’arte, delle vocazioni particolari.

Spesso si chiama impropriamente amore un egoismo collettivo. L’amore non è una ovvietà, e, parafrasando un certo detto possiamo dire: le vie dell’amore sono infinite.

La società invece definisce l’amore, dando una forma a ciò che è informe, ne stabilisce i confini, lo incanala per vie che le sono consone. In questi luoghi abbandonati da Dio l’amore per la famiglia è il vero amore, quello per l’arte è un disonore.

Da quanto detto si può dedurre che l’amore, il vero amore non esiste, si può intra-vedere nei film, lo si può pensare inserito nell’immaginario collettivo, ma resta infondo solo un immagine. Faremo bene allora a parlare, in modo più appropriato, della "capacità di amare", eliminando per sempre un termine ambiguo così falso e logoro.

Possiamo affermare: amore e odio in fondo sono le due facce della stessa medaglia. Non si ama senz’odiare, né si odia senza amare. La perfezione non esiste. Due amanti, così vicini, eppure tanto lontani.

Il signor t’amo lo visto
uscire a braccetto
insieme alla signorina t’odio.
Andavano perfettamente d’accordo,

dicevano fra loro:
"Non ci lasceremo mai
- oppure - "Lasciami per sempre!"

Che volete che vi dica:
Io, tu, loro.
Siamo tutti uguali,
come pure si potrebbe dire:
siamo tutti macchiati dallo stesso crimine.

linguaggio e metalinguaggio


La psichiatria vuole essere un metalinguaggio che spiega altri linguaggi, atteggiandosi a mo’ di vertice gerarchico di ogni possibile forma di comunicazione verbale o no. La psichiatria spiega l’arte. L’arte si piega al suo sapere e alla sua ignoranza. La psichiatria spiega cos’è la passione o l’amore e la passione o l’amore si piegano alla sua volontà e al suo presunto sapere. Come fare a spiegare cosa sia la psichiatria se è essa stessa la spiegazione di tutto? Bisogna piegarsi alla sua ignoranza, al nostro protettore. Dovrei comunque finire in un modo o nell’altro per essere "spiegato" o "piegato" secondo la prassi consueta del "il paziente riferisce che..." (Carlo Giordano)

[...] Un dialogo è qualcosa in cui si capita, in cui si viene coinvolti, del quale non si sa mai prima cosa ne ‘salterà fuori’, e che si interrompe non senza violenza, perché c’è sempre ancora d’altro ancora da dire... Ogni parola ne desidera una successiva; anche la cosiddetta ultima parola, che in verità non esiste. (Hans-Georg Gadamer)

"Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l'intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza". (Friedrich Nietzsche)


La norma fa valere il suo potere tramite un linguaggio suo pertinente che spiega ogni altro linguaggio e cioè: la norma diventa meta-linguaggio che spiega e sovrasta ogni altra forma di comunicazione che non sia quella sua pre-definita. Similarmente si può dire che la politica, per es., diventa un modo per "comprendere" il mondo, sottomettendolo al suo potere specifico; quindi il "linguaggio" politico si veste di "metalinguaggio", sostituendo ogni altro possibile forma di linguaggio. La risoluzione dei problemi, trova sempre la sua soluzione nel Potere e nel potere che ha il linguaggio della norma politica di "definire". Qualsiasi problematica che non può essere risolta sul piano del presunto "metalinguaggio della norma" (politico o altro) rimane ignorata dal "sistema". E’ insomma una "forma normale" di in-globalizzazione di istanze divergenti che nel "metabolismo" siffatto omologante vengono eliminate in vario modo. Gli esempi adducibili che riguardano la preponderanza del metalinguaggio della norma sono innumerevoli. Obiettivamente esso non è un vero e proprio metalinguaggio ma semmai è un "usurpazione" del suo significato dovuto alla "dittatorialità" insita nella norma stessa. Quindi sarebbe più conveniente chiamarlo "pseudo-metalinguaggio". La norma ingloba in sé non in senso obiettivo-oggettivo ma in senso possessivo egoico. Un altro esempio pratico, senza andare troppo per il teorico, ci è offerto dal mass-media televisivo che già di per sé promuove lo "pseudo-metalinguaggio della norma", vuoi nel sistema di informazione, vuoi nella pubblicità e programmazione varia.
Se ci soffermiamo sul genere dello sceneggiato poliziesco ci accorgiamo che la "vita sociale" si svolge sotto l’egida dell’"attività di polizia" la cui funzione è quella di ordinare, di far rispettare le regole, di reprimere "tendenze anomale" e controindicate dal codice civile o penale che sia. Quindi possiamo dedurre che il linguaggio del genere poliziesco diventa un "metalinguaggio" che cerca di spiegare il mondo e la sua "funzionalità" soltanto rapportandolo a sé stesso. Avviene insomma una vampirizzazione di valori, qualità, tendenze, processi, il cui "significato" viene filtrato secondo l'ottica del "regime poliziesco" e del suo linguaggio. In effetti se ci fosse stato uno genere per così dire del delinquentesco il "risultato" sarebbe stato identico anche se in senso opposto. La norma quindi ha diversi canali di comunicazione; oserei aggiungere che invero ce li ha tutti. Così allo stesso modo avviene per il telegiornale che si "pro-pone" come metalinguaggio, come notizia che spiega il fatto, e il fatto di certo non farà il contrario. La norma, in qualsiasi modo si esprima, sostituirà sempre con la sua "forma" autoritaria del suo "linguaggio" ogni altra possibile e diversa forma di comunicazione. Ritornando al genere poliziesco si constata la bontà di certi valori più o meno esplicitamente espressi, come quello del "senso della realtà" e "senso della giustizia" filtrati secondo la codificazione del rispettivo genere. Il senso dei "valori indotti" vengono così ad avere un "imposizione univoca" che va dalla norma verso e contro un probabile e possibile "dissenso". Questo è quello che io definirei "regime della comunicazione" o "dittatorialità del linguaggio della norma". Un altro esempio di una forma di dittatorialità del linguaggio ci è offerto dal sistema psichiatrico. Terribile!...

Il "regime di comunicazione" in quest'ambito specifico spiega a suo modo, concomitante alla visuale e ai canoni più generali del regime societario, la "realtà" e il suo senso, che non può essere ovviamente "opinabile" tramite qualsiasi altro "linguaggio divergente" o "malato", poiché la "norma psichiatrica" stessa spiega e piega , essendo insignita e riconosciuta come "metalinguaggio", ogni altra possibilità comunicativa. Le opinioni, come in questo caso, di una "maggioranza" (che ha forza, potere o necessità di imporre la sua visuale) diventano così inesplicabilmente dittatura. Allo stesso modo l’arte, che dovrebbe essere un "metalinguaggio effettivo", viene ad essere sostituita nella "spiegazione del mondo" dalla "logica della norma" sia o no
"psichiatrica". L’arte verosimilmente non può ovviamente, in una simile condizione, spiegare o comprendere la psichiatria ma accade soltanto il contrario, e cioè: l’arte (non codificabile) viene a subire una comprensione(compressione), una censura e una distorsione significativa del suo senso e nel suo scopo da parte della codificazione psichiatrica e della sua opera pianificatrice per il controllo sociale.
Si assiste al paradosso, assurdo, che un "metalinguaggio effettivo", quale può essere quello dell’arte, venga "spiegato" e piegato da un "linguaggio".

E’ ovvio che solo un metalinguaggio potrebbe spiegare un linguaggio e non viceversa, a meno che non si instaura una "dittatura della comunicazione" in senso inverso ed è ciò che pratica di routine la norma.

Incomprensione

« Là la richesse universelle permettait bien peu de discussion éclairée ».

"l’universale opulenza dava scarso adito alla discussione illuminata". (Jean Arthur Rimbaud)

"Ovunque uno si trovi e per quanta illuminazione ci sia intorno, comunicare con gli altri è veramente difficile." (John Updike)

Io non sono nemmeno intravisto nell’opinione altrui e, per quanto mi sforzi (con tutte l’energia e la volontà che ho) per farmi comprendere, resterò per sempre la notizia che di me divulgano gli altri. (Carlo Giordano)
Io non voglio che si debba capire per forza quello che viene definita: la mia stravaganza. Se non la si capisce non importa. Fa lo stesso. Restate pure ignoranti. Anche io del resto rinuncerei a capire questa incomprensione. Resterei ignorante. C'è un magazzino dunque dove vengono ammucchiate tutte le incomprensioni, che voi chiamate dottrina, sapere... Sta solo nella vostra testa. C'è un altro magazzino dove giacciono gli incompresi che voi chiamate pazzi. Se svuotate la vostra testa di tutta la sapienza accatastata vi accorgerete che i pazzi spariranno.

La sapienza cataloga.
L'ignoranza controlla.
L'intolleranza porta a giudicare.
Il giudizio è insicuro.

L'insicurezza genera paura.
La paura è la madre di tutte le intolleranze.
La follia è tutto. La sapienza è niente.
- Il mare è così grande! -
Il sapiente presumeva di sapere la follia.
Il folle rideva e canzonava
oppure goffamente si schermiva.

Bisognava trovare un'intesa,
un punto in comune.
Il sapiente e il folle si incontrarono nel bosco
per discutere o scannarsi, non si sa.
Ci fu un rimescolio di carne.
Solo uno ne uscì vivo,
benché entrambi morti.

sabato 28 novembre 2009

La televisione mezzo di dis-informazione

"Bagordi, dovizie, pericoli:
l’antenna tivvù
percepisce i tuoi stimoli:
paura che la terra s’inabissi". (Carlo Giordano)


Al di là del disprezzo da tributare a questa scompisciata deriva collettiva, a monte c'è questo: è comunque impossibile comunicare. Non si può dire quello che si pensa, in quanto il discorso non appartiene mai a chi parla. Comunicare che cosa? Ogni comunicazione è corruzione d'accattto. E' fuor di luogo propedeutica a tutto ciò. Il via col vento dalla Storia e da ogni pretesa di comunicazione-mediazione, nel vuoto nel buio di che s'acceca il linguaggio, nel martirio impossibile di questo intestimoniabile spettatore-massa. (Carmelo Bene)

Al giorno d’oggi, invece, prevale un modello basato sull’improbabile iperefficienza dell’individuo, sulla necessità di mantenere self control anche nelle situazioni più estreme, sull’inadeguatezza di mostrare il proprio dolore e la propria spossatezza rispetto alla perdita di persone o situazioni amate. Odio la tv piagnona ma, allo stesso tempo, mi chiedo se potrà avere un futuro: sempre più spesso individui che hanno perduto un parente strettissimo si esibiscono davanti alle telecamere senza l’ombra di una lacrima, con perfetta proprietà di linguaggio e di intonazione vocale, quasi fossero interpreti di un film recitato troppo bene per essere credibile. (Vincenzo Minissi)

[...]Il successo non è niente. Il successo è l'altra faccia della persecuzione. (Pier Paolo Pasolini)

[...] ...la televisione è un medium di massa, e come tale non può che mercificarci e alienarci.
[...] Comunque... è proprio il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. (Pier Paolo Pasolini)


...in genere le parole che cadono dal video, cadono sempre dall'alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere. (Pier Paolo Pasolini)

Spegni la televisione (sic) prima che sia lei a spegnerti... se non sei già spento. (Carlo Giordano)

"Quando tutti pensano nello stesso modo, nessuno pensa molto."  (Walter Lippmann, 1889-1974)
Tutti noi ormai sappiamo degli esperimenti condotti sui cani da Pavlov e le sue conseguenze. Le sue  scoperte lo hanno portato a sviluppare sistemi di condizionamento sugli esseri umani. I riflessi condizionati, iI lavaggio del cervello, ci fanno capire la fragilità umana e la possibilità e la facilità di quanto sia facile condizionare la mente degli individui per scopi sociali, commerciali, abusando e usando cavie umane, come fossero degli oggetti.  La televisione impone, pre-dispone, induce, formatta le coscienze, educa in modo similare.

Il telegiornale ecco che annuncia la grossissima balla della scoperta del gene della schizofrenia. La schizofrenia è una malattia inventata di sana pianta per spiegare fenomeni di persone che si comportano in un certo modo poco adatto al sociale. Tanti studiosi non allineati hanno ampiamente dimostrato l'incongruenza e l'assurdità di definire schizofrenica una persona. Ciò non dice nulla a riguardo dell'individuo a cui la si è additata ma dà a chi gli sta attorno la possibilità di annullarlo nelle sue pretese, nei suoi intenti e nei suoi scopi;  e la sua stessa vita e le sue possibilità vengono così ormai gestite da altri. La schizofrenia dunque rappresenta "la sola possibilità per poter essere in una situazione impossibile da vivere". Quindi non può esistere il  gene della schizofrenia per il semplice fatto che non esiste la schizofrenia come malattia, ma come condizionamento sociale. Semmai potrà esistere il gene della psichiatria; ma non lo scopriranno mai, almeno non si azzarderanno. Un individuo, solo, non potrebbe impazzire, essere schizofrenico, psicotico, ecc...  poiché non c'è chi gli addita o gli riconosce la malattia. Ma quando entra nel campo gravitazionale sociale allora automaticamente avviene il riconoscimento tramite canoni prestabiliti, viene misurata la sua capacità di adattamento e di condizionamento al sociale. Quindi: bollato ed etichettato. La televisione come la psichiatria diventa così un potente quanto terribile mezzo per assoggettare. La televisione dunque ci mostrerà un simpatico Vittorino Andreoli (psichiatria), un altrettanto simpatico, colto ed eloquente Mirabella (conduttore televisivo) insieme al suo simpatico e fedele cagnolino dott. Gargiulo; ci mostrerà un simpatico e tranquillante (sic) ministro e dittatore della sanità U. Veronesi. Non ci mostrerà però troppo di ciò che contraddice tutta questa simpatia omogeneizzata come per es. esponenti dell'antipsichiatria, rappresentanti delle "medicine alternative" come  l'Igienismo che è apertamente in contrasto con le teorie e pratiche mediche. 
Le persone simpatiche mi sono
antipatiche

La realtà quasi sempre non è mai tanto simpatica come mostra la tivvù. Se esistono degli schieramenti politici ove possono prevalere di volta in volta ora l'uno ora l'altro, per quel che riguarda la scienza e il sistema economico non c'è un contraddittorio plausibile e attendibile che possa contrastare la tendenza vigente, unilaterale; dittatura incontestabile e non apparente, non facile da comprendere per le masse.

La velocità del mezzo televisivo impone una informazione sintetica, col tempo contato; la concisione, le domande e risposte da quiz non danno spazio ad esitazioni o ripensamenti, il valore come riflessione nello spazio televisivo sembra precluso, l'intelligenza preclusa (non perché non ci possano essere ma di per sé non sono sufficienti per poter restare in piedi in un simile contesto).

Ciò che è fondamentale nel mezzo televisivo è l'audience, l'indice d'ascolto; di conseguenza è basilare il cliché, lo stereotipo, l'informazione spettacolare, la notizia piccante, le indagini sull'indice d'ascolto, l'artefazione, l'artificioso, il tutto fa brodopurché incrementi l'audience. E' la democrazia del mezzo televisivo che si rivolge alla maggioranza dei teleutenti, un fatto positivo sotto questo punto di vista...

La libertà di pensiero viene sostituita dalla libertà di essere pensati; la libertà di emozionarsi viene a sostituirsi alla possibilità di farci emozionare; l'auto-controllo cede il testimone all'essere controllati; il volere cede il passo ai desideri indotti. La libertà di essere viene sostituita dalla induzione ad avere.

Il mezzo tele-invasivo (sic) è rivolto dunque agli ignari posseduti teleutenti-usati.

Ho assistito a una pietosa scena, una delle tante che mamma tivvù, ci propina. Una bellissima mostra di V. Kandinsky attualmente in non so quale parte, d’Italia penso. Un critico (presumo) spiegava alla giornalista con parole  tecniche tutta una serie di congetture, il perché di quei colori e quella tecnica particolare, noiosamente, copioso di attributi e cognizioni erudite riguardo a quelle improvvisazioni; forse non si rendeva conto che lui in quel contesto, col suo nozionismo e favella stressante rappresentava un bel cavolo a merenda; le immagini parlano da sole. 

I quadri sono fatti per essere guardati e non spiegati, poiché nel momento stesso che lo fai la pittura - come direbbe P. Picasso - se n’è andata via; è "come appendere un quadro al muro. Il chiodo è l’elemento che la distrugge". Il suo chiodo fisso cercadi spiegare alla giornalista  pronta a trapassare nel sonno insieme al parolaio e ai tele-utenti scassati. Come avrei voluto che ci fosse stato, in quei pochi minuti trasmessi, un po’ di silenzio, e al posto del blà blà si fossero fatte invece vedere soltanto le immagini, l'oltre-concetto, così abbondantemente coperte di insulti verbali.  Ecco cosa può essere ciò che noi chiamiamo critica o giornalismo.

Dice tivvù è dire dis-informazione!  Se i fatti parlano da soli bisogna farli tacere, è assiomatico.
L’innocente gioco dello sproloquio, in effetti, serve al mezzo televisivo per funzionare, con la sua normale indole ipnotica, poiché il silenzio gli nuoce gravemente.

Altra scena edotta dal tubo (catodico s’intende). Giornalista. Gallerista. Una faccia poco promettente che si stagliava dietro un giardino e una villa da sogno. Artista, pittore emergente, ex-fotografo. Fece vedere alcune delle sue, così definite, opere d’arte. Orrore!  Ecco: il gallerista, la villa, il giro di denaro, il raccomandato, l’informazione, il terrore, l’indifferenza.... La giornalista anche lei sbigottita, non disse niente della realtà personale sua, non espresse verbalmente reattività emotivo-soggettiva, né tanto meno un suo pensiero; rimase lì, per dovere di cronaca o imposizione, soltanto per aggiungere qualche parola che faccia da cornice conclusiva elogiativa.

Complimenti direi per la scarsezza di giudizio! Bella cacca da pappare! Anche una scorreggia reinserita in un circuito similare di produzione - raccomandazione - costruzione dell’immagine-propaganda-distribuzione e informazione può essere accolta favorevolmente dall’opinione pubblica. Che il pubblico tele-usato abbia mai avuto un sua opinione? Diciamo che si è creata una im-propria opinione imposta dai mezzi di dis-informazione. Le coscienze pubbliche per quanto si possono scandalizzare ritorneranno sempre, prima o poi all’ovile, sottomessi all’informazione, madre amorevole che li in-curerà e guarirà dalla loro insano allarmismo sintomatico. Questione solo di tempo, che, come si sa, è denaro.

Retorica delle religioni


La religione é un narcotico con cui l'uomo controlla la sua angoscia, ma ottunde la sua mente. (Sigmund Freud)

La decisione cristiana di trovare il mondo brutto e cattivo, ha reso brutto e cattivo il mondo. (Friederich Nietzsche)

La Chiesa é esattamente ciò contro cui Gesù predicò e contro cui insegnò ai suoi discepoli a combattere. (Friederich Nietzsche)
Le religioni, solo per il fatto di esserlo, sono condizionate da dogmi, da retorica, da stereotipia: nemici letali (sic) della verità assoluta.

Allora affermiamo sensatamente che, per amore della verità, "esiste una sola religione al di sopra di tutte le religioni, ma essa non è riconosciuta da nessuno, nemmeno da chi ci crede".

Dio, Buddha, Brahman, Allah,... Sono un solo dio. Le religioni in effetti sono la negazione vivente dell'esistenza di un solo ed unico Dio. Le religioni inoltre sono intrise di retorica, filosofia, ideologia che di per se contraddicono il credo della singolarità dell'essere supremo. Giacché l'Assoluto senza attributi non preferisce (sic) nessuna religione particolare possiamo dedurre paradossalmente che la non-religiosità è la vera essenza di Dio, essendo egli a-teo (sic). Un credente senza Dio è l'unico che può avere Fede.

Continuando il paradosso questo a-teismo religioso lo possiamo avvicinare alla ormai già acquisita concezione del Tao (Principio unico). In effetti la paura e l'ignoranza sono l'alimento di tutte le religioni. La paura ci lega al dogma, il dogma ci allontana dalla verità. L'ignoranza ci lega alla parzialità e al sapere dogmatico in un circolo vizioso e viziato senza fine, ci inchioda al samsara della relatività allontanandoci dal Tao (sic).

Il non avere Fede in nessuna delle religioni è condizione dunque essenziale per eliminare l'ignoranza e la paura della verità suprema.
L'ateismo è la religione suprema. Adesso però non ditemi che non sono credente.